Se ripenso agli anni Settanta, a Mendrisio, mi tornano in mente tante immagini che allora, da bambino, mi sembravano grandi, quasi magiche. C’erano i Mondiali di ciclismo, le corse motociclistiche sul Monte Generoso, il motocross nei prati e nei boschi della Rossa a Rancate, e il circo Nock nei prati di San Martino. Io, a dire il vero, non sapevo nemmeno bene cosa fosse un mondiale di ciclismo, anche se in casa tutti lavoravano per quell’evento. Ma evidentemente certe cose ti entrano dentro anche prima di capirle davvero.

Da piccolo guardavo tutto con meraviglia. Mi affascinavano i motociclisti con le tute di pelle nera, quelli pieni di fango, il rumore dei motori, il pubblico che si infiammava. E mi affascinava anche il circo, quell’idea di stare dentro qualcosa che faceva sognare la gente. In fondo, senza saperlo bene, forse desideravo già anch’io far parte di uno spettacolo capace di emozionare.

Poi un giorno mi sono trovato con le mani sul manubrio di una bicicletta da corsa. E lì è cominciato qualcosa che non mi ha più lasciato. Ancora oggi sento che quel momento ha segnato l’inizio di un legame profondo con il ciclismo, un legame che il tempo non ha cancellato.

Qualche anno dopo arrivò la mia prima bicicletta da corsa, e con un numero sulla schiena diventai un corridore. Era solo l’inizio, naturalmente, ma già allora sentivo che quella strada mi stava portando da qualche parte.

Poi, da giovane adulto, feci un sogno strano, uno di quei sogni che ti restano impressi. E poco tempo dopo mi ritrovai a vivere davvero quello che quel sogno aveva in qualche modo annunciato: la vita da Stayer.

Lo Stayer, il mezzo fondo, è una disciplina molto particolare del ciclismo su pista. Si corre dietro a una grossa motocicletta, guidata da un allenatore, su un anello ovale con curve ripide, ad altissima velocità. Detto così può sembrare solo una specialità dura e spettacolare, e in effetti lo è. Ma per me è stato anche qualcosa di più.

Per vie che la vita a volte apre senza spiegazioni, mi sono ritrovato dentro un mondo che sembrava raccogliere insieme tanti sogni dell’infanzia. Non i circuiti delle moto, non il tendone di un circo, ma i velodromi in legno o in cemento. Non davanti a belve da domare, ma dietro a motori da inseguire. Non con addosso una tuta di pelle, ma con la fatica nelle gambe e il cuore pieno di emozione.

Quello che mi porto dentro di quegli anni è anche la consapevolezza di essere stato, nel mio piccolo, parte di uno spettacolo vero. Il pubblico sentiva tutto: il rumore dei motori, il coraggio dei corridori, la tensione dei sorpassi. E noi sentivamo lui. C’era entusiasmo, ma c’era anche paura, perché in questa disciplina il confine è sottile e basta poco perché le cose si mettano male. Per questo, a volte, il successo non stava solo nel vincere, ma anche semplicemente nel finire una gara senza cadere.

Eppure, in mezzo a quel frastuono, a quella velocità, a quel rischio continuo, io trovavo anche una specie di silenzio interiore. Può sembrare strano da dire, ma la vita da Stayer per me è stata anche un viaggio dentro me stesso. Una ricerca, un modo per conoscermi meglio, quasi una forma di meditazione nel pieno del caos.

La gara cominciava già prima della partenza. Le moto giravano in pista, il rumore cresceva, la tensione saliva. Poi arrivava il colpo di pistola, la rincorsa per prendere il rullo, e il cuore schizzava subito in alto. Una volta entrato in scia, bisognava affidarsi completamente al proprio pilota, ma anche agli altri. In quei momenti la fiducia conta tantissimo.

Poi il corpo iniziava a parlare in ogni sua parte. Si sentiva tutto: il respiro, i battiti del cuore, il dolore, l’aria che spariva dietro la moto, la forza delle curve, lo sforzo che si accumulava nelle mani, nelle spalle, nelle gambe. Bisognava stare vicinissimi al rullo, senza sbagliare, senza perdere concentrazione. Era una prova fisica, sì, ma anche mentale e profonda.

Eppure, nel pieno di quel fragore, succede qualcosa che a chi guarda da fuori può sembrare impossibile. Il rumore del pubblico, l’affanno del respiro, la tensione che sale, la ripetizione del gesto: tutto mi conduce in una specie di trance agonistica.

Non mi sento più soltanto un uomo in bicicletta, governato da un corpo affaticato e da una mente limitata. Entro in una dimensione più profonda, quasi in contatto con un sé superiore. È una meditazione nel caos, una pace interiore dentro un autentico girone dantesco.

A volte, dentro quello sforzo, succedeva qualcosa di difficile da spiegare. Fuori c’erano il rumore, il pubblico, i sorpassi, l’adrenalina. Dentro, invece, sembrava aprirsi uno spazio diverso. Come se in mezzo a tutto quel disordine si trovasse una forma di pace. E in quello spazio tornavano l’infanzia, i sacrifici, le rinunce, il cammino fatto per arrivare fin lì.

Forse è proprio questo che rende certi ricordi così forti. Perché non riguardano solo una gara o un risultato, ma una parte profonda di quello che sei stato. In quei momenti sentivo il desiderio di dare il meglio di me stesso, anche per restituire al pubblico un po’ di quell’emozione che io, da bambino, avevo cercato con gli occhi pieni di stupore.

Poi arrivava l’ultimo richiamo del pilota, l’ultimo sforzo, e la mente tornava tutta lì. I giri finivano in fretta, la fatica prendeva il sopravvento, e bisognava stringere i denti fino al traguardo. Quando poi lasciavi il rullo e la bici rallentava, tutto tornava a fuoco piano piano: il pubblico, la musica, gli applausi, le luci, i fiori.

E intorno continuava quella festa che accompagnava tante gare nei velodromi d’Europa, soprattutto durante le Sei Giorni. Il fumo nell’aria, la birra che scorreva, le salsicce, le patatine, le voci, i volti, la sensazione di far parte di un mondo in viaggio continuo. Un mondo fatto di fatica e spettacolo, di rumore e umanità.

Se oggi guardo indietro a quella vita da Stayer, sento soprattutto questo: è stata una vita intensa, piena di emozioni vere. Mi ha lasciato ricordi profondi, nostalgia, gioia, e anche una riconoscenza sincera. Alcuni tempi non tornano, ma restano nel cuore. E io, per tutto quello che ho potuto vivere, non posso che essere grato.

Andrea Bellati